• Elia Robino

La retorica sul calcio romantico fa male ai calciatori e al movimento.


Vorrei dirmi stupito e amareggiato di fronte al circo mediatico scatenato dalla dirigenza viola e dai personaggi dell’ambiente dopo il passaggio di Federico Chiesa dalla Fiorentina alla Juventus ma vi mentirei: le aspettavo e sono puntualmente arrivate.


Parte in prima linea Rita Antognoni che dice:

“Finalmente questa storia assurda è terminata.

Comunque, lasciatemelo dire, anche la società più importante d’Italia si è ridotta alle ultime 24 ore dopo due anni di flirt e strizzatine di occhio. Mi riviene in mente quella sera che Melloni chiamò per sapere se Giancarlo accettava di passare alla Juve, l’avvocato lo voleva fortissimamente e sul piatto per lui avrebbe messo davvero tanto, ma lui non accettò, voleva soltanto rimanere a Firenze. Certo voi mi direte altri tempi, altre storie, il calcio è tanto cambiato, dite voi se in meglio o in peggio. Poi nell’arco della sua vita calcistica non si mai è pentito. Altre storie altri anni! W Firenze”.


Questa è la dichiarazione paradigmatica del malcostume di buttare sempre tutto sul romantico, sui bei vecchi tempi andati.


Cita un corteggiamento Juve durato almeno due anni – evidentemente a Firenze quando si fa mercato si va a occhi chiusi, senza seguire i giocatori – e mette l’accento sul fatto che si sia concluso tutto nell’ultima giornata di calciomercato. Se solo Galliani o Moggi avessero tempo per ascoltare le dichiarazioni della signora non penso si fermerebbero a prendere appunti.


Ma il colpo da maestro è il rimando al marito che non avrebbe accettato la Juventus perché quello era un calcio diverso. La storia delle bandiere e tutto il resto della retorica stantia, sinceramente, ha stufato.


Guardi una partita di suo marito e una partita di oggi, non avrà più dubbi sul quale dei due tempi sia il migliore.


Dopo la signora Rita invece dà il suo contributo alla faccenda direttamente il DS Viola Daniele Pradé:


“Tante volte alla famiglia Commisso ho detto che fosse giusto fare questa operazione, loro gli hanno dato tanto amore e lo avrebbero tenuto volentieri ma non c’erano i presupposti per farlo. Per il papà di Chiesa non siamo stati una situazione che poteva vederci insieme ma un veicolo per arrivare ad altre situazioni. La Fiorentina non è stata mai presa come un’eventualità. Ad un certo punto quando le situazioni sono così non è facile andare avanti”


E continua:


“Posso dirti, a posteriori, che è stato un errore. Abbiamo sbagliato a dargli la fascia da capitano. Stop”


Se leggete con attenzione questa dichiarazione potete sentire anche in lontananza il suono di tristi violini che fanno da sottofondo al fortissimo biasimo di Pradé verso la famiglia del giocatore, che ha preferito triplicare l’ingaggio al figlio e portarlo in una delle tre squadre più forti del campionato, piuttosto che tenerlo nella società che lo ha lanciato nel calcio professionistico.


È ora di finirla.


I calciatori sono professionisti e fanno scelte professionali.

Il cuore ce lo mettiamo noi tifosi e va rivolto verso la maglia e non a chi la indossa. Rimanere a vita nella società che ti ha lanciato è una scelta legittima ma non scontata, ed è profondamente scorretto - soprattutto dal punto di vista morale - caricare su un ragazzo di 23 anni l’astio della tifoseria.


È comprensibile che perdere la propria stella faccia male, non è però accettabile che si facciano dichiarazioni insensate che fanno pensare che sia avvenuto un furto e non una regolare vendita con cifre anche onerose.


Comportarsi così fa male in primis ai ragazzi, che nella loro gioventù non meritano di essere messi alla berlina – e questo vale in tutti i casi in cui un calciatore viene messo alla gogna, che sia per un trasferimento o per delle brutte prestazioni – ma anche al movimento italiano che non riesce a smarcarsi da certe logiche familistiche e territoriali che sono parte di quelle concause che impediscono alla Serie A di sfondare davvero nel mondo.


E se a farlo sono i vertici delle compagini Societarie, voltare pagina sarà davvero difficile.


Il pesce puzza sempre dalla testa, insomma.

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