• Francesco Rea

La Juventus di Fabio Capello, un altro mondo?

La pausa per le Nazionali è spesso accompagnata da penuria di notizie e argomenti caldi da trattare, c’è chi si sbilancia con largo anticipo sulla successiva finestra di mercato, chi si accontenta di qualche notizia di gossip o chi preferisce rispolverare qualche cimelio.


In questo articolo ci dedicheremo proprio a quest’ultima attività, analizzando e comparando la Juventus attuale ad una delle più forti della storia, quella guidata dal sergente Fabio Capello.

Il pungolo non è nostalgico, ma deriva dalle ultime critiche mosse dall’ex allenatore bianconero in occasione della deludente campagna europea: il principale obiettivo delle critiche di Don Fabio è stato l’inaccettabile atteggiamento con cui la squadra ha affrontato la doppia sfida, mostrando eccessiva superficialità e mancanza di carattere negli uomini più importanti.


Caratteristiche, queste, di cui la sua Juventus non era di certo carente, e non poteva essere altrimenti considerando la caratura dei singoli interpreti e la grande personalità del tecnico friulano.


Secondi molti questi sono due dei deficit più importanti della Juventus di oggi, aspetti che vengono molto prima di qualsiasi discussione tecnico-tattica. Se da una parte infatti abbiamo una rosa composta da campioni di assoluto livello e all’apice della propria maturità calcistica, dall’altra abbiamo una formazione infarcita di giovani dalle belle speranze, con poca esperienza sui campi europei.


A questo si aggiunge una guida tecnica, per forza di cose, acerba, che sta costruendo e modellando la propria idea di calcio sul palcoscenico italiano più importante.


A Pirlo viene anche imputata l’incapacità di trasmettere un’adeguata carica agonistica: elemento che ha fatto nascere in molti il dubbio che sia lui l’uomo giusto per ricostruire. Dubbi che molto probabilmente Luciano Moggi non nutriva nei confronti di Fabio Capello. Tecnico già affermato che faceva del pragmatismo e del pugno duro il suo credo. L’obiettivo che gli fu affidato non era certo quello di riscostruire una rosa, già molto forte, ma quello di riportare motivazione all’interno del gruppo e riprendere la diritta via: scopo raggiunto già al primo anno, anche attraverso scelte impopolari che solo un allenatore con il suo carisma poteva permettersi di prendere. Il supporto della società fu fondamentale, non solo nell’accontentarlo sul piano tecnico (con alcune delle sessioni di mercato più eccitanti della storia recente), ma nel supportarlo e nel garantirgli il tempo di incidere.


Non mancarono infatti forti critiche anche nei confronti di quella squadra: rea per molti di “accontentarsi” dei successi casalinghi e di essere troppo poco incisiva in terra straniera.


I margini di crescita erano però evidenti, basti pensare ai due giovani in rampa di lancio Chiellini e Ibrahimovic, già pronti a prendere in mano il futuro della Vecchia Signora (poi Calciopoli ha riscritto l’epilogo, ma questa è un’altra storia).


Probabilmente quella Juve era anche il contesto perfetto per la crescita di un giovane promettente. La grande quantità di campioni rappresentava sì una agguerrita concorrenza, ma allo stesso tempo una fonte inesauribile di ispirazione e uno scudo che lasciava anche la possibilità di sbagliare.


Oggi la situazione è ben diversa, molti neoacquisti sono stati caricati fin da subito di ogni responsabilità, il margine di errore è ridotto al minimo e le critiche dei tifosi non risparmiano nessuno.


È nei momenti in cui non gira tutto come dovrebbe che l’esperienza dei senatori dovrebbe essere un valore aggiunto. Proprio su questo punto si è espresso lo stesso Capello, e lo ha fatto usando parole durissime: Mandano i ragazzi a parlare, una volta lo facevano i senatori”.


E ancora: Capitano non è il giocatore che scambia il gagliardetto. In certi momenti ci mettono la faccia il capitano, gli anziani, il gruppo storico”.


Critiche forse eccessive, forse dettate dalla forte delusione, ma che mettono in luce un altro aspetto importante su cui i dirigenti dovranno riflettere: c’è un vero zoccolo duro su cui ricostruire e sul quale un allenatore, già inesperto, può contare in maniera incondizionata?

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