• Elia Robino

L’amore per qualcosa non deve avere limiti


Nel mio lavoro capita, a volte, di fermarsi in un posto solo per aspettare che passi il prossimo treno.


Oggi, per esempio, sono stato fermo ben centouno minuti in una località tra Torino e Settimo Torinese in attesa che passasse il primo convoglio a riportarmi da dove ero venuto.

Una decina di anni, fa quest’attesa mi avrebbe snervato e non avrei trovato pace fino alla partenza. Oggi, che sono più vicino ai trenta che ai venti, inserito nel mondo del lavoro da anni, apprezzo sempre di più queste pause che mi permettono di astrarmi della frenesia della vita di tutti i giorni.


Appoggio il cellulare e comincio a pensare.


Quando non ho filtri, tra me e i miei pensieri, la prima cosa che mi viene in mente sono i lutti della mia vita. E la Juventus. No, non sono pazzo, anche se potrebbe sembrare.


Il problema di fondo, è che ho già seppellito le due persone che hanno dato radici alla mia fede calcistica: mio padre e mio nonno materno. Papà è venuto a mancare nel 2011 dopo una breve malattia: gli è bastato lavorare dieci anni a Casale Monferrato per ricevere il maledetto dono di quella terra. Non starò a parlarvi della malattia, né del Casalese. Già dovreste sapere di quest'ultimo, se così non fosse vi invito a informarvi.


Torniamo a mio padre. I primi ricordi di lui che ho, riguardano me, piccolissimo, che lo maledico perché vorrei vedere i cartoni mentre lui guarda una partita della Juventus data in chiaro penso sulla RAI. Non andavo d’accordo con mio padre, forse ebbe un figlio troppo giovane per avere la forza di prendersi le sue responsabilità genitoriali e io, per contro, mi feci impermeabile a tutte le sue passioni tranne che al calcio.

Vai a capire perché.

Quando nacqui fece comprare una sciarpa della Juve da un suo amico ultras - che ancora conservo - e la mise sulla mia culla. Gli altri bambini avevano i colori azzurri, io quelli bianconeri. Forse è per quello che riuscì a trasmettermi la passione per la squadra dell’avvocato, penso che fosse l’unica cosa tra quelle che gli piacevano che ci tenesse piacesse davvero anche a me.


Nel 2009 avevo fatto un casino a scuola. Ho frequentato per cinque anni un convitto a Rosignano Monferrato e come potete immaginare eravamo tutti giovani, pieni di ormoni, camerate e machismo a volontà. Cosa sarebbe potuto andare storto? Ci siamo presi a schiaffi per una stupidaggine.

Organizzavamo due volte l’anno un’uscita a vedere la Juventus col convitto e io me l’ero giocata per due schiaffi. Mio padre si prese a cuore la cosa - non con un grande spirito educativo, a dire il vero - e di tutta risposta mi portò a vedere Juventus–Maccabi Haifa.


Brutta squadra. Brutto stadio.


Ma in vita mia non vedrò mai più una partita così bella della Vecchia Signora.

Mio nonno, invece se n'è andato nel 2015 dopo un calvario decennale di sfighe di salute. Era un verace comunista di una volta, di estrazione contadina e popolare.

Ho sempre trovato buffo che l’altra sua incrollabile certezza, oltre alle idee politiche, fosse la squadra di calcio che più di tutte era incarnazione del padrone capitalista.

Non ricordo una domenica che non mettesse la TV su uno di quei canali regionali dove guitti da circo facevano pazze telecronache delle partite. Anche negli ultimi mesi, spossato dalla malattia, non l’ho mai visto mancare ad una esternazione di gioia ad un gol della Juventus.


Posso dire che mio nonno mi ha insegnato che la propria squadra del cuore va seguita sempre, settimana per settimana, anche se i mezzi a disposizione sono quelli che sono. Perché l’amore per qualcosa non deve avere limiti.


Grazie papà, grazie nonno.

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