• Lorenzo Mameli

DUELLO DEGLI OPPOSTI: ALVARO MORATA VS MARIO MANDZUKIC

In psicologia si parla di primacy bias e recency bias per indicare un focus e un’attenzione eccessiva dedicata, rispettivamente, a fatti lontani nel tempo oppure più recenti e vicini a noi. Il “revisionismo” è da sempre un elemento molto presente nel mondo del tifo calcistico, il quale vede i propri appassionati dividersi in accesi dibattiti su chi sia stato più forte tra calciatori di epoche diverse, con giudizi spesso fortemente condizionati da componenti sentimentali e “memoria corta” oppure dall’influenza del momento attuale.


Quello che proveremo a fare oggi è distinguere tra due attaccanti che hanno diviso la tifoseria negli ultimi anni, ovvero Mario Mandžukić e Álvaro Borja Morata Martín; il primo, croato classe 1986 ritiratosi a luglio 2021, gode tuttora dell’affetto incondizionato di una grossa fetta dell’ambiente juventino, innamorato della sua grinta e cattiveria agonistica, impareggiabile in alcuni momenti, così come alcuni gol iconici, in primis la rovesciata nella sciagurata finale di Cardiff (che, ci teniamo a ricordare, non è mai accaduta realmente, è stato solo un incubo). Molti altri, invece, ricordano purtroppo l’esasperazione per le prestazioni mediocri degli ultimi tempi in bianconero, quando ormai le energie di Super Mario iniziavano a calare.

Il secondo nasce invece nel 1992, spagnolo nel documento di identità ma italiano nei fatti. Al Bel Paese Alvarito deve tutto: la Juve rappresenta la prima occasione per consacrarsi dopo la panchina al Real Madrid della Decima, ma anche il periodo in cui incontra sua moglie, la veneta Alice Campello, e pone le basi per la famiglia che diverrà uno dei punti fondamentali per la crescita da ragazzino madrileno, impacciato nella sua prima conferenza stampa al fianco di Beppe Marotta nel 2014, all’uomo che sei anni dopo si ripresenta davanti ai giornalisti per commentare il suo ritorno a Torino. A differenza del suo collega croato, Morata non è mai stato caratterizzato da un agonismo degno di nota, distinguendosi invece come un ragazzo silenzioso che spesso appare come timido o, agli occhi dei suoi più accesi critici, come pauroso e timoroso.





Parliamo quindi di due profili estremamente diversi, sia tecnicamente che caratterialmente, che cercheremo però di classificare in termini il più possibile oggettivi in termini di apporto dato alla squadra durante il loro periodo alla Juventus.

GOAL Il confronto in termini di produttività realizzativa pende a favore di Morata, che supera Mandzukic sia in termini assoluti (59 gol vs 44) che in relazione alle presenze (0.32 gol a partita vs 0.27) ma anche in termini di gol realizzati in base ai minuti giocati (181.4 minuti per gol per lo spagnolo, 281 per il croato, ben cento minuti in più). In questo aspetto incide in parte il diverso ruolo in campo, in quanto Mario ha collezionato diverse presenze da ala sinistra, quasi tutte durante la seconda parte della stagione 16/17 e il campionato 17/18 immediatamente successivo; abbiamo detto “in parte”, in quanto i quasi due terzi delle presenze di Mandzukic rimangono da prima punta, e inoltra anche Morata può annoverare delle presenze da ala sinistra, sebbene queste siano solo 11 contro le 53 del croato.


ASSIST I gol non sono tuttavia l’unico metro di giudizio per un attaccante, soprattutto nel calcio odierno caratterizzato da attaccanti totali e sempre meno focalizzati su un unico aspetto. Al contrario di quanto si potrebbe pensare le maggiori presenze in campo come ala non favoriscono affatto Mandzukic, che invece soffre questo confronto in misura ancora maggiore rispetto al precedente: i suoi 18 assist non valgono neanche la metà dei 39 assist del suo collega spagnolo, che lo supera sia nel computo degli assist a partita (0.21 vs 0.11) che in quello dei minuti giocati (274 minuti per ogni assist di Morata contro i 686 di Mandzukic). Lo spagnolo si è sempre distinto per il suo apporto ai compagni, aspetto spesso sottovalutato del suo gioco. DISCIPLINA Per quanto sia complicato stabilire i confini oggettivi di una categoria così indefinita come la disciplina, riteniamo sia importante sottolineare la misura in cui un giocatore riesca a mantenere la calma in campo, non mettendo in difficoltà squadra e allenatore con comportamenti sopra le righe e sanzioni pesanti. Anche qui ci aspetta una piccola sorpresa, in quanto l’aggressivo Mario si rivela essere il più disciplinato dei due, con Morata che colleziona ben tre cartellini rossi (per di più tutti e tre diretti) contro l’unico rosso per doppia ammonizione di Mandzukic, nonostante il croato abbia giocato più minuti. Il timido Alvarito risulta anche il più ammonito dei due, con un cartellino giallo in più di Super Mario, che fa pesare la sua grossa esperienza e una pulizia negli interventi fuori dalla norma per un centravanti.


LAVORO SPORCO Qui entriamo nella zona in cui diventa quasi impossibile rimanere oggettivi e considerare dei dati veri e propri: come quantificare l’apporto dato da un movimento senza palla, dai contrasti di Mandzukic sui calci d’angolo, da una corsa di Morata, da una connessione particolare di uno dei due con Dybala, Ronaldo e Higuain? Di conseguenza cercheremo solamente di elencare alcuni dei pregi dei due ex juventini senza dare giudizi. Alto un metro e 90 per 85 kg, Mandzukic ha sicuramente avuto dalla sua un fisico abbastanza imponente, che unito ad una grinta eccezionale gli ha permesso di mettere in riga difensori centrali spigolosi e di livello anche prima della sua avventura a Torino (chiedere a Barzagli, Bonucci e Chiellini, a cui ha segnato sia in bianconero che in azzurro ad Euro 2012). I palloni recuperati in attacco, nonché il fatto che spesso fosse necessario un raddoppio di marcatura per tenerlo sui calci piazzati e sui palloni aerei (vi viene in mente una qualche rovesciata?), ne hanno fatto nel corso degli anni un asset incredibile per quanto riguarda il controllo del pallone, preziosissimo nel calcio di Massimiliano Allegri, da sempre un suo grande estimatore. Morata al contrario esordisce in una squadra, i blancos 2013/14, in cui i fulminei Bale e Ronaldo dettano la velocità dell’attacco, e il giovane madrileno impara a fare della sua lunga falcata l’arma principale del suo gioco, non tanto per dribblare difese intere quando per coprire tutto il campo in contropiede, come imparano a loro spese Kimmich e Lahm in occasione di quello spettacolare assist per Cuadrado all’Allianz Arena contro il Bayern Monaco nel 2016. Nell’anno di Andrea Pirlo lui e Chiesa forniranno un asse pazzesco sul fronte del ribaltamento di campo in contropiede, con purtroppo pecche molto gravi dal punto di vista della finalizzazione.


Veniamo al punto finale quindi: tra i due chi vince? La risposta è esattamente quella che ogni parac…ehm, tifoso imparziale darebbe: nessuno dei due. Come detto in precedenza, si tratta di due attaccanti profondamente diversi, che nel loro prime hanno costituito una parte fondamentale dell’attacco della Juventus ed entrambi hanno subito critiche per le carenze del loro gioco. Come per tutti i giocatori entrano qui in gioco le logiche del contesto, degli schemi, delle necessità delle squadre anno per anno in base ai compagni e alle tattiche e, ultima e non ultima, la forma fisica e mentale del momento. Sembrano logiche scontate, ma sarebbe bello tenerne conto quando si giudicano dei calciatori che per numeri e per componente affettiva sono stati così importanti per l’ultimo decennio di successi bianconeri e, come tutti gli esseri umani, vivono di alti e bassi, e proprio per quello forse ci viene naturale reagire in maniera passionale ai loro successi e ai loro errori. Perché forse, in fondo in fondo, abbiamo tutti un lato Mario e un lato Alvaro.


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