• Nicola Garzarella

Cosa ci lascia Benfica-Juventus?







Cosa ci lascia Benfica-Juventus?


Il rocambolesco 4-3 maturato nella meravigliosa cornice dell’Estadio Da Luz ha decretato la fine del cammino in Champions League della Juventus. I sogni di rimonta, in realtà abbastanza utopistici, si sono infranti contro un Benfica a tratti pirotecnico che per 60’ ha surclassato in ogni aspetto i bianconeri, incapaci di porre un argine alle scorribande di Rafa Silva e dominati a centrocampo dal trio Enzo Fernandez-Florentino Luis- Joao Mario. La squadra di Massimiliano Allegri dopo la reazione immediata al primo gol subito si è accartocciata su sé stessa, crollando sotto i colpi dei portoghesi che avrebbero potuto chiuderla in goleada senza i gol divorati da Rafa Silva e quelli salvati da Szczesny e Iling Jr.


Proprio quest’ultimo è stato l’inatteso eroe (per quanto lo si possa essere in una sconfitta) di nottata. L’inglese classe 03, arrivato dal Chelsea a parametro zero nel 2020, nel momento più buio è riuscito a regalare una luce ai tantissimi tifosi bianconeri in trasferta a Lisbona che si sono ritrovati ad assistere all’improvvisa nascita di una potenziale stella. Subentrato a Kostic al 70’ Iling è stata la variabile impazzita che ha mandato in tilt, complice anche un clamoroso calo di concentrazione, la difesa dei lusitani.


L’inglese, al debutto assoluto in UCL, ha messo in campo tutto ciò che nei precedenti 70 minuti era mancato ai bianconeri: freschezza atletica, lucidità nella giocata, zero paura nel tentare il dribbling e, soprattutto, una buona dose di anarchia tattica data dalla consapevolezza di non aver nulla da perdere. Il suo atteggiamento ha galvanizzato i tifosi ed il resto della squadra spaventando non poco il Benfica costretto a ripiegare e difendersi come mai aveva fatto durante la partita. La domanda sorge dunque spontanea: non era possibile avere questo atteggiamento sin dall’inizio?


La scomparsa dei senatori


La risposta alla suddetta domanda è meno scontata di quanto si possa pensare. Gli ultimi venti minuti di Benfica-Juventus rappresentano una partita a sé stante, un mix di circostanze inusuale causato da un Benfica ormai certo della vittoria ed un gruppo di ragazzi (Miretti, Soule, Gatti, Iling) vogliosi di dimostrare il proprio valore.


È curioso notare come siano stati i troppo spesso criticati “giovani” a ridare vita ad una Juventus cerebralmente morta dal 50’. Nel recente passato è stato un modus operandi frequente quello di incolpare i “ragazzini” per errori più o meno importanti o prestazioni sottotono dimenticandosi di valutare il contesto ed il peso che determinate dichiarazioni possono avere sull’ambiente in generale e sullo sviluppo di un talento in particolare.


Ieri si è consumato in quel di Lisbona il ribaltamento di ogni certezza: gli ultimi venti minuti sono stati un perenne “palla ad Iling e ci abbracciamo” sperando che lui, Soulè, Miretti o Milik (escluso dalla lista per motivi anagrafici ma uno dei pochi a salvarsi in questo drammatico inizio di stagione) inventassero qualcosa, qualunque cosa.


È altrettanto importante però mettere agli atti la totale scomparsa di quelli che dovrebbero essere i senatori. Ogni squadra al mondo ha un suo gruppo di giocatori cui tutti si aggrappano nei momenti difficili: una sorta di porto sicuro in cui rifugiarsi quando la tempesta è ormai inevitabile. La Juventus non fa eccezione a quanto detto sopra: i vari Bonucci, Cuadrado, Danilo e compagnia cantante sono tutti considerati a furor di popolo leaders del gruppo. Il problema che però emerge alla Juve è la totale discrepanza tra parole e fatti: a sentire le dichiarazioni ci si attende sempre di vedere calciatori pronti a sputare sangue, la realtà però è molto diversa dalle aspettative.


Lungi da noi criticare il singolo errore o l’episodio sebbene alcuni siano piuttosto grossolani. Il tocco di mano di Cuadrado è un mix di errata postura del corpo e mera sfortuna, più grave (ma non impronosticabile) quanto fatto da Bonucci sul gol di Rafa Silva (ed anche qui le colpe vanno divise con Gatti). Chi scrive resta convinto che tutti nell’arco di 90’ siano soggetti a commettere sbagli il cui valore può essere più o meno importante, ciò che però è inaccettabile è l’atteggiamento arrendevole, l’appiattirsi sull’errore per poi piangere sul latte versato evocando solo dinanzi alle telecamere reazioni d’orgoglio.


Le chiacchiere, i “patti di spogliatoio”, le scuse e gli abbracci sotto la curva sono roba di cui si può fare volentieri a meno se non vengono seguite da azioni che ne rispecchino il valore. Ieri sera la Juventus è stata tradita ancora una volta dai suoi senatori (oltre che dalla sua generale mediocrità) ed è toccato ad un plotone di ragazzini, simili ai soldati di Spengler, salvare la faccia ad allenatore e gruppo in generale.


L’impresa della Juventus u19


Se la prima squadra fatica a regalare soddisfazioni, l’u19 non smette di stupire. Nel pomeriggio di ieri, infatti, i ragazzi di Montero si sono resi protagonisti di una vera e propria impresa andando a vincere 2-3 al Benfica Campus contro i detentori della Youth League. Meno di un anno fa fu proprio il Benfica, poi campione in finale contro il Salisburgo, ad eliminare i bianconeri in semifinale, ieri Hasa e soci hanno restituito il favore con gli interessi rimontando il 2-0 iniziale ed estromettendo i lusitani dalla competizione.


Protagonista della vittoria è stato senza dubbio Luis Hasa, autore nel secondo tempo della doppietta decisiva per sancire il 2-3 finale. I complimenti, tuttavia, vanno fatti a tutti sia per la gara sia per l’atteggiamento (e qui il parallelismo viene in automatico) con cui è stata affrontata la competizione: la squadra di Montero ha mostrato una maturità ed una grinta con pochi eguali. L’unica macchia nel percorso della Juventus è rappresentata dal disastroso primo tempo giocato contro il PSG (chiuso 5-1) riscattato tuttavia da una sontuosa ripresa. L’under 19 ora avrà la chance di qualificarsi addirittura come prima nel girone vincendo in casa contro i pari età del PSG coronando così un inizio di stagione straripante.


Il “progetto giovani”


Arrivati a questo punto è opportuno fare le dovute considerazioni. La Juventus a livello giovanile sta operando in maniera impeccabile cercando di allinearsi sempre di più ai top club europei. La rete di scouting negli ultimi anni ha portato a Torino potenziali talenti del calibro di Yildiz, Mbangula, Huijsden Strijdonck e Boende senza contare i vari Iling Jr, Soulè e Barrenechea già da anni all’ombra della Mole. Accanto a questi nomi provenienti dal mercato estero i bianconeri hanno visto crescere in casa Miretti, Turco ed Hasa attendendo l’esplosione di Maressa, Doratiotto e Tommaso Mancini (neoarrivato dal Vicenza).


Persino la scelta di Montero come guida tecnica sta pagando i giusti dividendi, un allenatore con esperienza nelle categorie minori e in grado di trasmettere le giuste motivazioni ed il DNA bianconero.


Una sostanziale continuità si percepisce anche con il progetto della Juventus Next Gen (l’ex u23), lo step di crescita successivo all’u19. Nonostante un iniziale appannamento la squadra di coach Brambilla sta mostrando segnali di perenne crescita seppur privata spesso dei migliori giocatori chiamati in Prima Squadra.

Il naturale flusso subisce però battute d’arresto all’approdo tra i grandi. È normale che non tutti i giovani talenti si dimostrino poi campioni, così come è altrettanto utopistico pensare che ogni membro dell’u19/23 possa essere un perno alla Pedri su cui costruire i successi del futuro. Sarebbero però opportuno, data la mole di investimenti ed il lavoro che c’è dietro, garantire quantomeno un minimo di continuità a chi il salto ha dimostrato di valerlo: non tutti vengono schiacciati dalla pressione ed è giusto che gli si dia tempo di apprendere e di sbagliare.


Credere nei giovani o, come va di moda recitare, “avviare un progetto giovani” non significa ritrovarsi con 11 under 20 titolari, significa semplicemente premiare la costanza di rendimento e valorizzare al meglio il prodotto che si ha in casa senza trasformarlo in carne da macello o capro espiatorio. Nel bene o nel male è importante l’equilibrio dei giudizi perché, malgrado non lo si voglia dire apertamente, quello di ieri resta un fallimento e Iling Jr. non era (e non è) il salvatore della patria ma provare a dargli qualche minuto in più potrebbe non essere una cattiva idea.


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