• Elia Robino

Qualcuno salvi Allegri da se stesso



Sono passati quasi due anni dalla famigerata conferenza stampa del “corto muso” e addirittura tre dalla famosa lite con Adani.


L’Allegri di quel periodo era un allenatore vincente impossibile da mettere in discussione; certo, non che le sue idee piacessero a tutti ma come si può mettere in discussione uno degli allenatori più vincenti della tua storia che da anni con la sua squadra si muoveva come un tritasassi sul campionato di Serie A?


L’ironia della sorte è che la prima picconata alle certezze di quella Juventus la darà il giovanissimo Ajax di De Ligt che senza troppi complimenti nelle due partite giocate agli ottavi ricorderà alla Torino bianconera che è possibile giocare bene e anche convincere con un progetto tecnico tattico di forte spessore.

A suo modo fu catartico essere eliminati da una delle squadre meno “risultatiste” d’Europa e da sempre con le idee chiare in merito a calciatori e filosofia: 4-3-3 fin dalle giovanili e una progettualità tutta volta a creare prototipi di campioni nelle proprie giovanili da lanciare poi in prima squadra.


Questa sconfitta fu il punto di non ritorno di Allegri che verrà alla fine dell’anno esonerato, rimanendo lontano per ben due anni dal calcio giocato.


Non sta a noi dire se sia stato fermo due anni per scelta o per le circostanze, non potremo mai sapere i contatti o le proposte ricevute dal livornese e si tratta quindi di una ginnastica mentale in buona parte inutile se non a soffiare sotto il fuoco delle polemiche. Quello che è certo è che in questi due anni Allegri – nemmeno fosse un Jihadista in un carcere in Libia – si sia radicalizzato.


Mentre qualche anno fa le sue idee potevano in una certa misura sembrare anche fresche e condivisibili ormai sembrano le battute di un vecchio showman ormai prossimo alla pensione.



Le conferenze stampa, nella sua prima esperienza juventina i momenti più simpatici e leggeri, ormai sembrano diventati comizi in cui l’araldo dei reazionari dell’Ancien Régime calcistico si scaglia contro tutto e tutti ricordandoci di come prima fosse meglio, in pratica un qualsiasi nonno dopo qualche bicchiere di troppo al pranzo di Natale.

Paradigmatiche della trasfigurazione da allenatore a santone sono le parole spese qualche tempo sullo sviluppo dei giovani:

Come si usava fare 30 anni fa, Fagioli e Ranocchia li abbiamo mandati in prestito, come giusto che sia per farli crescere. Ora sembra che se un ragazzo sa stoppare bene un pallone è già da pallone d’oro.

Molto interessante, non fosse che il primo incoerente con questo punto è lo stesso Allegri che lanciò in prima squadra Morata direttamente e ci permettiamo anche di avanzare dubbi sul fatto che davvero trent’anni fa si facesse così considerando che un allora diciannovenne Alessandro Del Piero dopo 15 partite in serie B rubò il posto da titolare all’allora decisamente più quotato Roberto Baggio.


L’ultima massima ci è stata donata non più che qualche ora fa durante la conferenza pre-Lazio dove Allegri dichiara:

Il calcio è bello perché è opinabile. Ma alla fine conta se vinci o no. Il giudizio di ogni partita si basa sul risultato.

Parole banali, certo, ma la lingua batte dove il dente duole e ultimamente chi ha avuto più ragione, la Juventus o i suoi avversari? Ovviamente i secondi e lo dovrebbe ammettere anche Allegri che però non può più farlo vittima com’è del personaggio che tanto minuziosamente si è cucito addosso.


Il Re è nudo ed è impossibile non notare come Massimiliano Allegri sembri ormai perso nel ruolo che si è costruito e di come non paia in grado di dare nessun apporto che non sia puramente teorico – che ironia – alla squadra.

Pare sempre più urgente che il livornese si smarchi dal personaggio che sembra condannato a interpretare per tornare a fare l’allenatore di calcio e magari a proporre qualcosa di nuovo rispetto alla pallida copia della Juventus 2017 che da quattro mesi continua colpevolmente a mettere in campo.

Se non riuscirà a farlo l’unico futuro per il livornese è lo svernare in qualche salottino tv ma forse non tutto è perduto, l’importante che cali la maschera e ricominci a fare il suo mestiere: allenare.

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