• Elia Robino

Calciomercato e fegato: perché prendere il primo con più leggerezza per rodersi meno il secondo


Se qualcuno mi chiedesse come ho vissuto quest’anno calcistico, forse di primo acchito risponderei “male”... ma forse, pensandoci un po’ meglio, risponderei “come se dovesse finire al più presto per metterci una volta per tutte una pietra sopra”.


Avrei però mentito in tutti e due i casi. Il calcio giocato difficilmente mi stanca, che la Juventus vinca o perda, giochi bene o giochi male, faccio fatica a stare mesi senza l’adrenalina del vedere la mia squadra del cuore giocare. Di cosa farei invece volentieri a meno? Del calciomercato. Il calciomercato è la parte dell’anno sportivo che mi piace meno in assoluto.


In primis perché tira fuori il peggio della gente. Persone che fino all’inizio del mercato erano se non stabili quantomeno socialmente accettabili tendono ad impazzire e vivere ogni trattativa – vera e presunta – sul filo del rasoio prendendo la cosa talmente sul personale che viene quasi il dubbio che siano loro stessi, nel loro tempo libero e nei meandri della propria psiche, a gestire le trattative quasi sempre inesistenti tra giocatori, procuratori e società. In secondo luogo, il sottobosco di appassionati si popola di cialtroni e mitomani che, forti del fatto che nei vari bar che frequentano rischierebbero la pelle, ammorbano e saturano i vari social network di fantasiose bombe di mercato scoperte tramite improbabili contatti diretti o tangenti coi giocatori che desiderano vedere nella squadra del loro cuoricino.


Bisogna comprendere che tutti questi figuri nutrono il proprio ego con solo una cosa: le attenzioni che gli rivolgiamo. La rabbia che abbiamo quando un colpo immaginario sfuma, il tam tam di retweet di fronte all’ennesima chiusura in poche ore di un colpo che non si concretizzerà mai e anche gli insulti dettati dalla delusione delle nostre aspettative, tutto concorre nell'ingrassare l'ego di questi discutibili personaggi.


È comprensibile seguire queste persone. È bello pensare che signori nessuno possano sapere cose che nemmeno i giornalisti professionisti spesso riescono a scoprire fino a giochi fatti. È consolante pensare che una persona su un gruppo Facebook o un collettivo in una pagina siano in grado di sapere per filo e per segno tutto l’iter per la cittadinanza di Suarez e che le nostre interazioni figurativamente possano inclinare l’asse delle probabilità verso il successo dell'operazione.


Però la realtà è un’altra.

Ed è che spesso gli stessi giornalisti sportivi ne sanno tanto quanto me, te e il macellaio sotto casa nostra e che – al massimo – qualcuno molto appassionato e con un buona capacità deduttiva può ogni tanto imbroccarne una più per logica che per vera conoscenza dei meccanismi dietro al calciomercato.


Non vale la pena di rodersi il fegato per cose nelle quali non abbiamo alcun controllo e che possiamo solo osservare dall’esterno con una visione parziale della realtà che circonda le varie operazioni.


Il mio approccio al mercato? Come quello dello spettatore di un grande circo pieno di pagliacci di ogni forma e misura. Aspettative di cose sensate? Nessuna. Ma un sacco di risate, quelle sì che me le aspetto.

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